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"La situazione è peggiorata
molto e noi forse dovremmo radicalizzare il pensiero di Don Milani in
questo contesto estremamente difficile in cui viviamo, in questa situazione
diventata anche più chiara dal punto di vista etico e morale."
ha scritto recentemente, ricordando l'80° anniversario della nascita
del Priore di Barbiana, Don Alex Zanotelli.
Ma cos'ha da dirci oggi Don Milani, il prete con gli scarponi da montagna?
Nel ripercorrere le tappe essenziali della sua breve vita, ci soffermeremo
su quelli che sono i capisaldi del suo messaggio a volte profetico.
Nel 1947, a San Donato a Calenzano presso Prato, una parrocchia di contadini
poveri ed analfabeti, il giovane Lorenzo iniziò la sua esperienza
di prete. Intuì che la vera differenza tra classi sociali non nasceva
dal reddito, ma dall'uso della parola.
«Chiedeva bruscamente a qualcuno: Quanti vocaboli possiedi? Al massimo
250. Ebbene, il tuo padrone non ne possiede meno di mille. Questa è
una delle ragioni per cui lui resta padrone e tu povero servo. (…)Perché
è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi
e intende l'espressione altrui». Per dare ai poveri una possibilità
di riscatto sociale, di riacquistare il diritto a dirsi uomini aprì
una scuola serale: »chiamo uomo chi è padrone della sua lingua».
Fece scuola, dischiuse le menti e il cuore ai suoi alunni-lavoratori sostenendo
le loro lotte sindacali e denunciando lo sfruttamento minorile. In breve
tempo fu "trasferito". Era il 1954 quando giunse a Barbiana,
tra i monti del Mugello, dove rimarrà fino alla morte. Fu parroco
di 50 anime, di una località che non si trova su nessuna cartina
geografica. I montanari erano ancora più poveri e più analfabeti
di quanto non fossero operai e contadini. La sua scelta era già
tracciata ma qui si radicalizzò ulteriormente: nessuna abiura per
ritornare tra gli uomini. Ricominciò a fare scuola. La scuola di
Barbiana era aperta 12 ore al giorno, 365 giorni l'anno.
«È più onesto dire che tutti i ragazzi nascono eguali
e se in seguito non lo sono più, è colpa nostra rimediare.
E' esattamente quello che dice la Costituzione (…).Perché
non c'è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali tra diseguali.
La scuola che perde Gianni non ha diritto a chiamarsi scuola.(…)
Su una parete della nostra scuola c'è scritto grande I care. È
il motto intraducibile degli americani migliori. Me ne importa, mi sta
a cuore. È il contrario esatto del motto fascista Me ne frego».
Da questa esperienza nacque la "Lettera ad una Professoressa"
un raro esempio di scrittura collettiva che ha radiografato e denunciato
i mali della scuola italiana, e che ancora oggi fa discutere.
Nel 1965 i Cappellani militari in congedo della Toscana in un comunicato
avevano definito <<un insulto alla Patria la cosiddetta "obiezione
di coscienza", che estranea al comandamento cristiano dell'amore,
è espressione di viltà.>>. Don Lorenzo prese subito
le difese dei 31 obiettori che erano rinchiusi a Gaeta e lo fece con il
suo stile diretto e asciutto: una lettera aperta su un giornale che gli
costò un processo per "apologia di reato". Ne vediamo
alcuni passaggi.
«Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani
e stranieri allora vi dirò che non ho Patria e reclamo il diritto
di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati
e oppressori dall'altro. (…) Era nel '22(Marcia su Roma ndr) che
bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non la difese.
Se i suoi preti l'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece
che con l'Obbedienza <<cieca, pronta, assoluta>> quanti mali
sarebbero stati evitati alla patria e al mondo (50 milioni di morti).
Così la Patria andò in mano ad un pugno di criminali che
violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della parola
Patria, condusse la Patria allo sfacelo».
Riferito agli obiettori scriveva: «Aspettate a insultarli. Domani
forse scoprirete che sono dei profeti. Certo il luogo dei profeti è
la prigione, ma non è bello stare dalla parte di chi ce li tiene.
… Chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè
che ama la legge più degli altri».
Nella sua autodifesa ai giudici scriverà che bisogna «avere
il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza
non è ormai più una virtù, ma la più subdola
delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti
agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno
l'unico responsabile di tutto».
Nel giugno del 1967 moriva il prete Lorenzo Milani. Nelle Esperienze Pastorali
(pubblicate nel 1958) a pag. 222 si legge tra le righe: «Il progresso
tecnico esige specialisti e esige che sian dotati perché il denaro
pubblico sia speso nel modo più efficace. (…) Si cerca l'efficacia
prima che la giustizia. Il progresso della scienza e il benessere di tutti
prima di aver assicurato a ogni singolo la dignità d'uomo. Queste
son cose da lasciarsi ai nazisti, ai sovietici, agli americani, a tutti
quelli che vivono per l'efficacia e che nell'efficacia dei loro atti pongono
l'unica ragione di vita. Non noi che abbiamo per unica ragione di vita
quella di contentare il Signore e di mostrargli d'aver capito che ogni
anima è un universo di dignità infinita». Sono passati
45 anni, il dibattito è ancora aperto.
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