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Accovacciato tra colline fumiganti
al vapor tossico, il paesello se la dormiva della grossa. Ignorava quale
sorpresa l'avrebbe colto al risveglio.
Quel mattino il sole era spuntato improvvisamente. Da mesi il fulgido
astro aveva la testa fra le nuvole e se l'era proprio scordato di farsi
vivo. Ma di questo nessuno si meravigliava: si sapeva che era un tipo
inaffidabile. Compariva e spariva senza preavviso, tanto che ormai non
ci si curava di lui e delle sue stramberie.
C'era di strano, invece, che il vento non avesse ancora suonato la sveglia.
Puntuale come un'ossessione, montava all'alba e smontava al tramonto.
Fino ad allora non s'era concesso un giorno di tregua. Né ferie
né malattia. Mai. Una volta avevano tentato di allettarlo con un
viaggio premio, una settimana tutto spesato, in non so quale isola sperduta
dei mari d'oriente: e lui niente. S'era cercato la scusa che non poteva
affrontare il viaggio, perché soffriva l'aereo (deboluccia, vero?).
Eppure, ogni sera, dopo il servizio, di lui si perdeva ogni traccia. Pare
si sbronzasse in un'osteria fuori porta, in compagnia di una brezza etilica
che gli aveva annebbiato il cuore. Poi ogni mattina lo ritrovavi lì,
al suo posto, furioso come sempre e con un alito insopportabile.
Fu per questo che il primo ad aprire la finestra, quel giorno, capì
a naso che tirava aria nuova. Aperti gli occhi, poi, quel primo, non trovò
più l'abituale paesaggio impressionista (scuola Turner), ma una
nitida veduta ai cristalli liquidi (scuola Panasonic). Era successo qualcosa
di grosso e d'imprevisto.
Fatto è che quei raffinati del petrolio, nottetempo, se l'erano
svignata senza salutare: volatilizzati, come gas non proprio nobili. Avevano
lasciato tutto lì. Chilometri di tubi abbandonati. Un labirinto
metalmeccanico di ferro e d'acciaio. Caldaie depresse sull'orlo di una
crisi di nervi. Torri in scacco matto e pontili per l'aldilà. Anche
lo smog aveva fatto lo snob e se n'era andato sbuffando, tirandosi appresso
il vento, la brezza innamorata e la grigia coperta che per anni aveva
scaldato i loro sogni. Tutto intorno, un silenzio d'altri tempi. Antichi.
D'archeologia industriale.
Il paesello, in breve, fu in preda all'angoscia e al totale smarrimento.
C'era chi girava delle ore in tondo senza trovare il portone di casa.
Giurava di abitare lì, a quell'angolo, da dodici anni e non riusciva
a capacitarsi perché, premendo il tasto del citofono, una voce
sconosciuta continuasse a ripetergli che lo studio era chiuso e il medico
non riceveva. Il centralino della Polizia Municipale andò in tilt
per le telefonate degli stessi vigili urbani che litigavano tra loro,
pretendendo ciascuno l'incrocio dell'altro. I più scaltri tirarono
fuori la piantina del "TuttoCittà" e camminavano col
naso all'insù come turisti abbandonati dal gruppo. Non sapevano
che questo era solo l'inizio, che il peggio era alle porte e s'accingeva
ad entrare senza bussare. La luce, infatti, sgomitando s'infilava dappertutto
e li stanava senza pietà. Si sentirono nudi come lumache fuori
dal guscio. Tutto sotto gli occhi di tutti. Tra loro non più l'ombra
di un sospetto. Solo certezze. Da lì a poco sarebbe stato un terremoto.
Il primo scricchiolìo lo avvertì la signora Clara.
Le venne all'orecchio un risucchio. Era quello di Luigi, suo marito, che
ingoiava spaghetti a mo' di brodino, l'occhio incollato alla tv. Finito
"Sprint", corse nello studio portandosi dietro la sua borsa
da lavoro; tirò fuori le figurine dei calciatori da attaccare sull'album
della "Panini" e rimase un'ora sbraitando al telefono col suo
capufficio che non voleva scambiare i doppioni. Li beccarono insieme,
quel pomeriggio, mentre svuotavano le cartelle della "terza C"
alla ricerca del 312, l'introvabile scudetto della Ternana.
Poi fu la volta di Padre Pacifico, costretto a riportare in magazzino
le sagome in legno degli oranti, che disponeva in chiesa durante la visita
di Sua Eccellenza l'Arcivescovo, per riempire i banchi vuoti nelle file
dei fedeli. Per anni tutto era filato liscio, nessuno s'era accorto di
nulla e l'Arcivescovo era sempre andato via gongolando per la soddisfazione
d'avere la chiesa piena, straripante d'anime che seguivano la sua omelia
in raccoglimento silenzioso. Rischiava grosso adesso il buon parroco.
Temeva, a ragione, di finire i suoi giorni tra le oche e le galline in
qualche sperduto santuario di collina, alla periferia estrema dell'impero
ancor sacro e romano della Chiesa.
Ma il primo a far le valige fu Amin. Sapeva che non gliel'avrebbero perdonata.
Meglio partire, pensò, che essere cacciato. Ripiegò con
cura il caffettano e tirò fuori la vecchia giacca di velluto a
coste. Stavolta bisognava tornare a casa. Di sicuro avrebbe fatto contenti
i suoi che ormai s'erano rassegnati e lo davano per disperso. Finita la
scuola, non ne aveva voluto sapere di fare il ragioniere a Cadrezzate
ed era sparito di botto. Non era servito a nulla neppure quel volantino
affisso dappertutto con l'invito disperato a dare notizie e la foto bene
in vista del loro Amintore che festeggiava i diciott'anni con gli amici,
al ristorante tunisino. Nessuna chiamata, solo qualche pernacchia dai
soliti sciacalli. Lui, invece, era finito lì, al paesello, e c'era
rimasto. Fermo per anni al semaforo del Corso, travestito da magrebino,
aspettando al varco i clienti ignari della sua nordica identità.
L'offerta a dire il vero era vantaggiosa: 10 pacchi di fazzolettini +
1 accendino in omaggio (per dargli fuoco più in là). Lo
videro alla stazione, triste e scolorito, prendere il treno per Milano;
in cuor suo lo rincuorava soltanto l'idea che avrebbe continuato a lavorare
in nero.
Per chi rimaneva, non c'era comunque da stare allegri. Il caos si diffondeva
come un'epidemia e la gente litigava dappertutto. Allo sportello dell'ufficio
postale in extremis fu evitato il linciaggio, quando si scoprì
che i bollettini prestampati avevano tutti il numero del conto corrente
del direttore. Sul tram 17 furono costretti a montare di corsa una nuova
macchinetta obliteratrice, al posto di quella del caffè con cui
l'autista amava intrattenere i suoi ospiti viaggiatori: e fu la rivolta.
Le dispute fra coniugi strariparono oltre l'argine delle mura domestiche
e se lei al ristorante gli chiedeva spiegazioni, lui, non sapendo che
pesci pigliare, optava per la carne.
L'ordine sociale, che in passato aveva regnato sovrano, rischiava d'essere
sovvertito alla velocità della luce. Le autorità speravano
nel favor delle tenebre, ma rimasero deluse, quando videro spuntare in
cielo una luna talmente piena che pareva volesse vomitargli addosso.
Fu così che decise d'intervenire la principale associazione ambientalista
del luogo, dedita al riciclaggio di tutto: vetro, carta, lattine e denaro
sporco. Inviò una lettera assai convincente ai raffinati del petrolio,
invitandoli a riconsiderare la questione, rivedere le loro scelte, ritornare
sui loro passi e riaprire le fabbriche; perché la situazione stava
per diventare esplosiva e non solo per il paesello. Aggiunsero pure, come
segno di buona volontà, che per qualche tempo anche loro, gli ambientalisti,
avrebbero fatto qualche sacrificio, accantonando le giuste rivendicazioni,
le richieste ritenute a torto pressanti e onerose che, da sempre, davano
lustro ed alimento all'organizzazione: tutto, pur di ritrovare gli odori,
i colori e i sapori di un tempo; tutto, pur di ritornare ad accucciarsi
sotto la morbida coltre di fumo che aveva protetto le loro vite. La lettera
giunse accompagnata da un pacco-regalo, che accese a tal punto l'entusiasmo
dei destinatari da rischiare la deflagrazione. I raffinati, commossi da
tanta determinata gentilezza, fecero frettolosamente ritorno a casa. E
l'aria tornò satura di gioia.
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