smog

  di francesco ortisi  

 

Accovacciato tra colline fumiganti al vapor tossico, il paesello se la dormiva della grossa. Ignorava quale sorpresa l'avrebbe colto al risveglio.
Quel mattino il sole era spuntato improvvisamente. Da mesi il fulgido astro aveva la testa fra le nuvole e se l'era proprio scordato di farsi vivo. Ma di questo nessuno si meravigliava: si sapeva che era un tipo inaffidabile. Compariva e spariva senza preavviso, tanto che ormai non ci si curava di lui e delle sue stramberie.
C'era di strano, invece, che il vento non avesse ancora suonato la sveglia. Puntuale come un'ossessione, montava all'alba e smontava al tramonto. Fino ad allora non s'era concesso un giorno di tregua. Né ferie né malattia. Mai. Una volta avevano tentato di allettarlo con un viaggio premio, una settimana tutto spesato, in non so quale isola sperduta dei mari d'oriente: e lui niente. S'era cercato la scusa che non poteva affrontare il viaggio, perché soffriva l'aereo (deboluccia, vero?). Eppure, ogni sera, dopo il servizio, di lui si perdeva ogni traccia. Pare si sbronzasse in un'osteria fuori porta, in compagnia di una brezza etilica che gli aveva annebbiato il cuore. Poi ogni mattina lo ritrovavi lì, al suo posto, furioso come sempre e con un alito insopportabile.
Fu per questo che il primo ad aprire la finestra, quel giorno, capì a naso che tirava aria nuova. Aperti gli occhi, poi, quel primo, non trovò più l'abituale paesaggio impressionista (scuola Turner), ma una nitida veduta ai cristalli liquidi (scuola Panasonic). Era successo qualcosa di grosso e d'imprevisto.
Fatto è che quei raffinati del petrolio, nottetempo, se l'erano svignata senza salutare: volatilizzati, come gas non proprio nobili. Avevano lasciato tutto lì. Chilometri di tubi abbandonati. Un labirinto metalmeccanico di ferro e d'acciaio. Caldaie depresse sull'orlo di una crisi di nervi. Torri in scacco matto e pontili per l'aldilà. Anche lo smog aveva fatto lo snob e se n'era andato sbuffando, tirandosi appresso il vento, la brezza innamorata e la grigia coperta che per anni aveva scaldato i loro sogni. Tutto intorno, un silenzio d'altri tempi. Antichi. D'archeologia industriale.
Il paesello, in breve, fu in preda all'angoscia e al totale smarrimento. C'era chi girava delle ore in tondo senza trovare il portone di casa. Giurava di abitare lì, a quell'angolo, da dodici anni e non riusciva a capacitarsi perché, premendo il tasto del citofono, una voce sconosciuta continuasse a ripetergli che lo studio era chiuso e il medico non riceveva. Il centralino della Polizia Municipale andò in tilt per le telefonate degli stessi vigili urbani che litigavano tra loro, pretendendo ciascuno l'incrocio dell'altro. I più scaltri tirarono fuori la piantina del "TuttoCittà" e camminavano col naso all'insù come turisti abbandonati dal gruppo. Non sapevano che questo era solo l'inizio, che il peggio era alle porte e s'accingeva ad entrare senza bussare. La luce, infatti, sgomitando s'infilava dappertutto e li stanava senza pietà. Si sentirono nudi come lumache fuori dal guscio. Tutto sotto gli occhi di tutti. Tra loro non più l'ombra di un sospetto. Solo certezze. Da lì a poco sarebbe stato un terremoto.
Il primo scricchiolìo lo avvertì la signora Clara.
Le venne all'orecchio un risucchio. Era quello di Luigi, suo marito, che ingoiava spaghetti a mo' di brodino, l'occhio incollato alla tv. Finito "Sprint", corse nello studio portandosi dietro la sua borsa da lavoro; tirò fuori le figurine dei calciatori da attaccare sull'album della "Panini" e rimase un'ora sbraitando al telefono col suo capufficio che non voleva scambiare i doppioni. Li beccarono insieme, quel pomeriggio, mentre svuotavano le cartelle della "terza C" alla ricerca del 312, l'introvabile scudetto della Ternana.
Poi fu la volta di Padre Pacifico, costretto a riportare in magazzino le sagome in legno degli oranti, che disponeva in chiesa durante la visita di Sua Eccellenza l'Arcivescovo, per riempire i banchi vuoti nelle file dei fedeli. Per anni tutto era filato liscio, nessuno s'era accorto di nulla e l'Arcivescovo era sempre andato via gongolando per la soddisfazione d'avere la chiesa piena, straripante d'anime che seguivano la sua omelia in raccoglimento silenzioso. Rischiava grosso adesso il buon parroco. Temeva, a ragione, di finire i suoi giorni tra le oche e le galline in qualche sperduto santuario di collina, alla periferia estrema dell'impero ancor sacro e romano della Chiesa.
Ma il primo a far le valige fu Amin. Sapeva che non gliel'avrebbero perdonata. Meglio partire, pensò, che essere cacciato. Ripiegò con cura il caffettano e tirò fuori la vecchia giacca di velluto a coste. Stavolta bisognava tornare a casa. Di sicuro avrebbe fatto contenti i suoi che ormai s'erano rassegnati e lo davano per disperso. Finita la scuola, non ne aveva voluto sapere di fare il ragioniere a Cadrezzate ed era sparito di botto. Non era servito a nulla neppure quel volantino affisso dappertutto con l'invito disperato a dare notizie e la foto bene in vista del loro Amintore che festeggiava i diciott'anni con gli amici, al ristorante tunisino. Nessuna chiamata, solo qualche pernacchia dai soliti sciacalli. Lui, invece, era finito lì, al paesello, e c'era rimasto. Fermo per anni al semaforo del Corso, travestito da magrebino, aspettando al varco i clienti ignari della sua nordica identità. L'offerta a dire il vero era vantaggiosa: 10 pacchi di fazzolettini + 1 accendino in omaggio (per dargli fuoco più in là). Lo videro alla stazione, triste e scolorito, prendere il treno per Milano; in cuor suo lo rincuorava soltanto l'idea che avrebbe continuato a lavorare in nero.
Per chi rimaneva, non c'era comunque da stare allegri. Il caos si diffondeva come un'epidemia e la gente litigava dappertutto. Allo sportello dell'ufficio postale in extremis fu evitato il linciaggio, quando si scoprì che i bollettini prestampati avevano tutti il numero del conto corrente del direttore. Sul tram 17 furono costretti a montare di corsa una nuova macchinetta obliteratrice, al posto di quella del caffè con cui l'autista amava intrattenere i suoi ospiti viaggiatori: e fu la rivolta. Le dispute fra coniugi strariparono oltre l'argine delle mura domestiche e se lei al ristorante gli chiedeva spiegazioni, lui, non sapendo che pesci pigliare, optava per la carne.
L'ordine sociale, che in passato aveva regnato sovrano, rischiava d'essere sovvertito alla velocità della luce. Le autorità speravano nel favor delle tenebre, ma rimasero deluse, quando videro spuntare in cielo una luna talmente piena che pareva volesse vomitargli addosso.
Fu così che decise d'intervenire la principale associazione ambientalista del luogo, dedita al riciclaggio di tutto: vetro, carta, lattine e denaro sporco. Inviò una lettera assai convincente ai raffinati del petrolio, invitandoli a riconsiderare la questione, rivedere le loro scelte, ritornare sui loro passi e riaprire le fabbriche; perché la situazione stava per diventare esplosiva e non solo per il paesello. Aggiunsero pure, come segno di buona volontà, che per qualche tempo anche loro, gli ambientalisti, avrebbero fatto qualche sacrificio, accantonando le giuste rivendicazioni, le richieste ritenute a torto pressanti e onerose che, da sempre, davano lustro ed alimento all'organizzazione: tutto, pur di ritrovare gli odori, i colori e i sapori di un tempo; tutto, pur di ritornare ad accucciarsi sotto la morbida coltre di fumo che aveva protetto le loro vite. La lettera giunse accompagnata da un pacco-regalo, che accese a tal punto l'entusiasmo dei destinatari da rischiare la deflagrazione. I raffinati, commossi da tanta determinata gentilezza, fecero frettolosamente ritorno a casa. E l'aria tornò satura di gioia.