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Ti accorgi che hanno bisogno che
qualcuno si prenda cura di loro. Cose fondamentali: dargli da dormire
e da mangiare. E anche aiutarli a sistemare il permesso di soggiorno,
trovargli qualche lavoretto, fargli avere il libretto sanitario.
Ti è impossibile far finta di niente. Quando senti che c’è
stato uno sbarco ti viene voglia di tirare diritto per le tue cose, ma
ti accorgi che sei impegnato psicologicamente a trovare giustificazioni
davanti a te stesso per la tua voglia di non essere di nuovo “invaso”
nella tua vita, che vorrebbe trascorrere nel modo più tranquillo
possibile. Ma non ci riesci, perché ti senti un traditore, un parolaio,
uno che rinuncia a una parte di se stesso. E così comincia una
nuova avventura fatta di accoglienza e di problemi da risolvere. L’aggravante
è che perdi la misura. Non sai più dove comincia il “tuo”
e finisce il “loro”. I tuoi spazi, il tuo tempo, i tuoi soldi
li vorresti un po’ trattenere ma l’impressione che te ne viene
è di operare una trattenuta indebita contro di loro. Forse sono
paranoie (me lo dicono indirettamente anche persone importanti del mondo
della chiesa). Ma è così.
Questi immigrati, ma anche i disagiati psichici e gli sfrattati, i tossici
e tutti i disgraziati che ti cercano li vorresti non vedere, a volte cerchi
di non farti trovare, ma di nuovo ti senti un disertore di fronte a te
stesso e ti lasci invadere la casa, la vita. Ma non aveva altro da fare
Gesù di Nazaret che venire a romperti l’anima con la sua
sublime richiesta di metterti a sua disposizione? Perché in fondo
la colpa è sua. Fosse per me preferirei vivere in santa pace, tanto,
facendo il prete, non mi manca niente: ho con facilità una posizione
sociale e i soldi me li portano fino a casa senza bisogno che vada a lavorare.Ultimamente
mi sono comprato dei bei vestiti. E se mi viene la voglia della pizza
o di uscire con gli amici me lo posso permettere. Ma a quanto in santa
pace non ci posso vivere, e spesso mi prendo delle solenni arrabbiature
con qualche persona della questura, o del comune, o della prefettura,
o anche della diocesi. E allora mi sento guardato come a dire: ma questo
che vuole? E già, a volte me lo chiedo anch’io. Poi non parliamo
di tanti giovani che mi sembra sappiano bene contro chi protestare, ma
guai a chiedergli che cosa vogliono fare per mettere un po’ a posto
le cose. Forse mi somigliano.
E così attualmente in parrocchia, oltre a un prete, ci stanno italiani,
liberiani, srilankesi, etiopi, eritrei, polacchi. E ci sono stati sudanesi,
vietnamiti, nordafricani e chi più ne ha più ne metta. Siamo
famosi nel mondo: ancor prima di sbarcare già sanno che esiste
un luogo in Europa chiamato… Bosco Minniti e un tale che di nome
fa “Bbadre Callo” (potenza dei telefonini…). Molte volte
gli sembra che siamo una succursale dello stato italiano o addirittura
dell’ONU e allora si aspettano di tutto, di più. E tanti
si calano nelle vesti degli assistiti che tutto possono avere e niente
hanno da dare. Non è facile gestirli. Sono proprio invasivi. Dopo
un po’ che stanno qui e hanno risolto il problema vitale del vitto
e dell’alloggio cominciano a lasciare intravedere ben altri problemi
con i quali non si finirà mai di fare i conti. Ci accorgiamo ad
esempio che le persone provenienti dai paesi dell’est europeo sono
poco capaci di assunzione di responsabilità, tendono sempre a nascondersi
dietro bugie (come se non gli fosse permesso di manifestarsi per ciò
che sono e pensano). Hanno scarso rispetto per se stessi. Oppure i nordafricani
che fanno fatica ad integrarsi in una società complessa e superorganizzata
come la nostra. E’ come se preferissero vivere alla giornata, senza
troppe regole, senza grosse preoccupazioni per il loro avvenire. O i liberiani:
semplici, tranquilli. Dove li metti rimangono.
Ognuno si porta appresso la sua storia. E’ gente germogliata tra
le pietre della violenza, abbeverata con la miseria, con il niente. Gente
che è cresciuta con il concime delle lesioni alla loro dignità
umana. Sono figli di antichi colonizzati (parlano le nostre lingue: inglese,
francese, spagnolo…), sono nipoti di gente commercializzata. Sono
famigliari di gente sfruttata, derubata, annientata da chi detiene il
monopolio della cultura, della tecnologia, della scienza. Sono i rappresentanti
di quei popoli nutriti con ideologie organiche ai vari poteri e sottoposte
a continui prelievi di sangue per tenere in vita lo sporco mondo cosiddetto
evoluto, drogato di soldi, famelico di potere, che va in crisi di astinenza
e gli viene la “scimmia” se i conti non tornano. Gente a cui
compriamo, diciamo, le materie prime e gliele paghiamo con i giocattoli
di morte con cui si possono scannare e poi gli rivendiamo gli altri. E
come si fa ad aiutarli, specie questi immigrati di prima generazione?
La disgrazia è che loro sognano di diventare come noi. Presto e
senza tante chiacchiere. Quanto è brutto vedere i giovani musulmani
che amano bere… ma dove è andata a finire la loro identità
culturale e religiosa? E i buddisti che neanche si ricordano che cos’è
la meditazione?
Proprio così: chi ci tocca, muore. Abbiamo il potere vampirico
che chi ci tocca muore: gli succhiamo l’anima e lo facciamo diventare
come noi.
Comunque loro vengono da noi come quegli scarafaggi che penetrano in casa
e vivono nell’ansia di nascondersi, di abbassarsi, di compiacerci
per evitare che un colpo di scopa dalla padrona di casa li ributti fuori
o, peggio, li schiacci. Si abbassano a qualunque lavoro, a qualunque condizione,
con qualunque salario. Se non gli sta bene possono andarsene. Da quando
ci sono loro gli affari vanno meglio (vedi il nord-est d’Italia
o il ragusano), pagando gli affitti e comprando nelle nostre botteghe
rilasciano soldi. Permettono anche a chi mai ha visto “lustro”
nella sua vita di avere la cameriera come i…signori. Ai nostri vecchi
permettono “la badante” 24 ore su 24 mentre prima non c’era
neanche chi gli asciugasse il di dietro. Eppure vengono trattati perennemente
da intrusi, quelli che con superbia vorrebbero portare la delinquenza
a noi: a noi, capite? A noi che fino a prova contraria l’abbiamo
saputa esportare con successo in ogni angolo della terra: presuntuosi!
Chissà come si sarà rivoltato nella tomba Al Capone. Chissà
come ci sarà rimasto male Riina! Chissà come si saranno
risentiti i procacciatori di affari delle multinazionali.
E' da un po’ che alcune persone, a Bosco Minniti, cerchiamo di fare
qualcosa. Ci stiamo accorgendo che c’è da sporcarci. Questi
poveri della terra (quindi anche di Siracusa) che vengono da noi non hanno
l’educazione di venire profumati e pettinati. Ci disturbano con
l’odore a volte nauseabondo della loro anima piagata. Con pretese
di dignità e rispetto mai considerate. Con la loro ignoranza delle
regole del galateo che impongono di non disturbare il perbenismo di facciata
di chi fa finta di essere vivo.
Sperimentiamo la difficoltà di passare dalla mentalità del
ricco che fa l’elemosina al povero all’impegno per costruire
la Giustizia: perché questa gente non ha bisogno di carità
ma di avere riconosciuto il diritto alla cittadinanza su questo pianeta.
Ci fa tremare l’insieme di leggi che partorisce un neoliberismo
selvaggio che probabilmente ci porterà alla catastrofe.
Ci lascia interdetti una burocrazia asettica che al posto di persone vede
delle scoccianti pratiche burocratiche il cui iter supera la media della
vita della povera gente (è il caso dei richiedenti asilo politico
i quali hanno il diritto di circolare in Italia, ma non possono lavorare
nè tantomeno fare contratti di locazione, e questo fin quando finalmente
la commissione si sveglia e dà una risposta).
E se a volte dietro uno sportello o una scrivania c’è una
persona che fa il proprio dovere, e possibilmente lo fa con cortesia,
c’è da essergli personalmente grati.
Ma siamo grati al Signore per questi poveri che ci mette fra i piedi.
Speriamo che non ne mancheranno mai. Gli vogliamo bene. Sono parte di
noi. Ci costringono a crescere, a maturare, ad essere uomini. A non dimenticare
la meraviglia e la bellezza di collaborare tutti gli uomini di buona volontà
per un mondo nuovo, pulito, dove un bambino possa svegliarsi al mattino,
prendere la cartella e andare a scuola per studiare, giocare, sperimentare
l’unicità e l'inviolabilità della sua dignità
di creatura umana.
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