|
|
Sulla confisca dei beni al boss
Sebastiano Nardo si è svolto a Lentini il 21 novembre un Consiglio
Comunale aperto alle associazioni e ai cittadini. Da parte di tutti è
stata manifestata la necessità di un comune impegno per destinare
i beni e renderli produttivi.
Ore 17, venerdi 8 novembre 2002. In Prefettura si comincia a progettare
come utilizzare i beni confiscati al boss Sebastiano Nardo e assegnati
al Comune di Lentini.
Il prefetto Carmelo Alecci ha convocato il Presidente della Provincia,
il Sindaco di Lentini, il responsabile del PON Sicurezza del Ministero
dell'Interno, l'Ufficio nazionale dei beni confiscati dell'Associazione
Libera e il Coordinamento provinciale, l'Ufficio nazionale di Libera-Terra,
il Responsabile di Italia-Lavoro, i Presidenti delle Associazioni dei
Commercianti e degli Industriali, l'avv. Giuseppe Piccione, amministratore
dei beni confiscati a Nardo, il Questore, il Comandante dei Carabinieri
e della Guardia di Finanza. C'è anche il Presidente della Commissione
Antimafia, Roberto Centaro che sostiene questa iniziativa con forza.
Si tratta di elaborare un progetto di lavoro, concreto e condiviso e di
farne un'occasione di speranza, di evocazione simbolica dell'enorme potenziale
di sviluppo della legalità nella provincia di Siracusa. La mafia
finalmente restituisce il maltolto. Comincia da Lentini, conosciuta un
tempo per le arance rosse e la zagara odorosa, ma straziata, a partire
dagli anni settanta, dai morti ammazzati nelle strade e dal silenzio colpevole
degli anni successivi.
Si tratta di rafforzare il comune ethos civile che ha radici lontane nella
storia della città proponendo valori condivisi, ma anche il realistico
obiettivo che l'uso sociale dei beni confiscati diventi occasione ordinaria
di sviluppo.
Man mano che i soggetti chiamati a costituire il tavolo istituzionale
parlano, si capisce subito che sta nascendo una progettualità seria,
rigorosa, sistemica. La confisca dei beni è il segno, il punto,
l'incrocio, la sintesi di una maturazione raggiunta in questi anni. Non
c'è una sola via nella lotta alla mafia. Non basta l'apparato repressivo-giudiziario,
o l'impegno sociale, o la lotta politica, o l'aggressione al patrimonio.
Per dare colpi mortali alla mafia serve l'integrazione, la convergenza,
la condivisione.
E' passato quasi un anno dal primo incontro in Prefettura, quando Libera
presenta al Prefetto Alecci il suo programma per il 2002. Al primo posto
l'impegno per restituire alla comunità i beni confiscati ai mafiosi.
Avvalendosi della consulenza di un pool di avvocati siracusani, Libera
inizia un lavoro di censimento dei beni e poi avvia iniziative fianco
a fianco con tutte le istituzioni, la Prefettura, la Commissione Antimafia,
l'Agenzia del Demanio, la Magistratura, le Forze dell'Ordine, le scuole.
L'obiettivo è far assegnare subito i beni di Nardo e di Schiavone
che, nel dicembre del 2001, non risultano ancora destinati ai Comuni di
Lentini, Siracusa, Avola ed Augusta, nonostante sia passato molto tempo
dal momento della confisca.
Per questo il tavolo istituzionale dell'8 novembre non può non
essere salutato come il primo, fondamentale passo da cui partire per costruire
un nuovo percorso nell'azione di contrasto alla mafia.
Si sa che le cosche riescono a tessere reti di relazioni sociali pervasive,
creando vincoli di fiducia, instaurando scambi, incentivando obblighi
e favori reciproci. "La mafia scrive - Rocco Sciarone - scoraggia
la formazione di nuova imprenditorialità, rende poco attraenti
gli investimenti esterni, impedisce una piena e libera fruizione dei diritti
di proprietà, aumenta i costi di transazione delle attività
economiche, provoca una diminuzione di produttività e di competitività,
quindi ostacola lo sviluppo (…) La mafia, inoltre, impedisce l'affermazione
di un tessuto fiduciario allargato, di ciò che è definibile
in termini sociologici 'fiducia sistemica o istituzionale' ".
Il progetto, appena abbozzato al tavolo istituzionale, punta ad incidere
fortemente sul potere economico dei mafiosi, ma soprattutto ad aggredire
quello che per lungo tempo nei territori di mafia è stato definito
"un modello di successo" con forte potere di attrazione. Restituire,
infatti, alla collettività ciò che è stato acquisito
illegalmente significa costruire speranza e fiducia come capitale sociale,
bene pubblico, indispensabile allo sviluppo.
L'esperienza raccontata dai responsabili del progetto LIBERATERRA a Corleone
e la volontà di lavorare insieme, espressa da tutti i soggetti
presenti al tavolo, ognuno con i propri linguaggi e i propri strumenti,
costituisce un punto di partenza solido e convincente.
Il Sindaco di Lentini ha molto apprezzato. Ha preso numeri di telefono
ed indirizzi. Ha un anno di tempo, a termini di legge, per rafforzare
la legalità e creare occasioni di sviluppo. Si può fare
anche prima, come hanno fatto a Corleone e in tanti altri comuni siciliani
e in paesi e città della Campania, della Puglia, della Lombardia,
della Toscana. Perché - come dice un manifesto di Libera -"La
mafia esiste, ma esiste anche l'Italia". Ed è un'Italia che
ha voglia di legalità e di giustizia e vuole fare la sua parte.
|
|