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La legge di riforma del welfare n. 328/'2000
può essere definita come una legge di portata storica che a distanza
di oltre 100 anni finalmente riesce a prevedere la creazione di un sistema
delle politiche sociali dandone spessore e prestigio. Si passa così
dal soggetto recante un bisogno specifico, alla persona nella sua completezza,
dal servizio disarticolato ad un progetto complessivo di interventi, dall’assistenza
alla prevenzione e promozione, dall’intervento diretto dell’ente
pubblico ad una pluralità di attori, per costruire una rete capace
di dare risposte ai bisogni. Il protagonista diviene così l’utente
con le sue richieste, e non più come prima, il servizio o i suoi
operatori. Considerato il nostro sistema di welfare prima della riforma,
stratificato con interventi e normative che si sono succedute nel corso
di decenni, ritengo che, per applicare la riforma sia prioritario analizzare
il territorio e la comunità locale, per cercare di unire il momento
assistenziale con la progettazione vera e propria, migliorando il rapporto
tra servizi e utenza. Però, purtroppo, proprio perché tutto
è demandato alla comunità territoriale che può essere
sensibile o meno alle sollecitazioni che provengono dall’utenza, si
assiste ad una sorta di “federalismo senza principi” in quanto
non è indifferente risiedere in un comune anziché in un altro.
Ad esempio i cittadini di Siracusa, avrebbero sicuramente voglia di migrare
in altre zone! A distanza di due anni dall’emanazione della legge
ci troviamo di fronte a delle incognite organizzative gigantesche, in cui
il Comune di Siracusa non né il promotore, né il valorizzatore
e, ancor meno, il controllore dei servizi. Ciò emerge principalmente
nel rapporto con il Privato Sociale, che nasce negli anni ‘80 dallo
scontro e dalla sfida e prosegue negli anni ’90 con esperienze di
collaborazione. Ma ancora oggi non si riesce a superare la logica dell’acquisire
la sola forza lavoro, invece di privilegiare le capacità progettuali,
organizzative e di autovalutazione degli enti non-profit. La costruzione
di questo nuovo “welfare municipale”, significa per l’ente
locale il lavorare in costante raccordo con tutti i soggetti pubblici e
privati, attivando spazi di comunicazione tra i diversi attori. Mancano,
però a tutt’oggi tavoli di coordinamento e di concertazione,
mentre le direttive regionali e nazionali prevedono a tutti i livelli interventi
di programmazione negoziata. Inoltre, con un atto di solerzia insolito,
l’Amministrazione Comunale, precorrendo i tempi d’attuazione
della legge di riforma, ha concepito per la gestione dei servizi socio-assistenziali,
un sistema di autorizzazione e accreditamento degli enti del Privato Sociale,
privo di standars in cui non è la qualità l’elemento
di concorrenza tra gli attori, aggravando oltremodo i rapporti del non-profit
con la P.A. Infine, la legge quadro prevede la realizzazione di un sistema
integrato dei servizi, principalmente l’integrazione tra i servizi
sociali con quelli sanitari, dove esiste una netta separazione tra servizi
territoriali, ospedalieri, socio-sanitari, con a capo amministratori, direttori
e quant’altro. In tutto ciò un solo argomento è chiaro:
il Sindaco viene estromesso dalle decisioni di politica sanitaria e socio-sanitaria,
non avendo un ruolo propositivo. L’ente locale in alcune realtà
riesce a raggiungere risultati positivi sull’integrazione dei servizi,
basandosi soltanto sulla buona volontà dei singoli operatori, con
le conseguenze di frammentarietà e precariato che progetti così
predisposti possono avere. Tutto ciò sta per essere recepito dalla
Regione Sicilia, che senza tenere conto delle diverse esigenze del proprio
territorio, applica indiscriminatamente la norma. Le strette scadenze che
la stessa legge impone per l’elaborazione ad esempio dei piani di
zona, appaiono passi iniziali problematici da attuare. Occorre che Sindaco
e Governo regionale inizino ad applicare la legge di riforma considerando
che molte regole basilari debbono essere ancora chiarite, e che questi due
anni trascorsi rappresentano tempo di dialogo che a molti è apparso
solo un monologo. |
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