328/2000
una legge per l’affermazione
dei diritti sociali


  di antonella fucile  

La legge di riforma del welfare n. 328/'2000 può essere definita come una legge di portata storica che a distanza di oltre 100 anni finalmente riesce a prevedere la creazione di un sistema delle politiche sociali dandone spessore e prestigio. Si passa così dal soggetto recante un bisogno specifico, alla persona nella sua completezza, dal servizio disarticolato ad un progetto complessivo di interventi, dall’assistenza alla prevenzione e promozione, dall’intervento diretto dell’ente pubblico ad una pluralità di attori, per costruire una rete capace di dare risposte ai bisogni. Il protagonista diviene così l’utente con le sue richieste, e non più come prima, il servizio o i suoi operatori. Considerato il nostro sistema di welfare prima della riforma, stratificato con interventi e normative che si sono succedute nel corso di decenni, ritengo che, per applicare la riforma sia prioritario analizzare il territorio e la comunità locale, per cercare di unire il momento assistenziale con la progettazione vera e propria, migliorando il rapporto tra servizi e utenza. Però, purtroppo, proprio perché tutto è demandato alla comunità territoriale che può essere sensibile o meno alle sollecitazioni che provengono dall’utenza, si assiste ad una sorta di “federalismo senza principi” in quanto non è indifferente risiedere in un comune anziché in un altro. Ad esempio i cittadini di Siracusa, avrebbero sicuramente voglia di migrare in altre zone! A distanza di due anni dall’emanazione della legge ci troviamo di fronte a delle incognite organizzative gigantesche, in cui il Comune di Siracusa non né il promotore, né il valorizzatore e, ancor meno, il controllore dei servizi. Ciò emerge principalmente nel rapporto con il Privato Sociale, che nasce negli anni ‘80 dallo scontro e dalla sfida e prosegue negli anni ’90 con esperienze di collaborazione. Ma ancora oggi non si riesce a superare la logica dell’acquisire la sola forza lavoro, invece di privilegiare le capacità progettuali, organizzative e di autovalutazione degli enti non-profit. La costruzione di questo nuovo “welfare municipale”, significa per l’ente locale il lavorare in costante raccordo con tutti i soggetti pubblici e privati, attivando spazi di comunicazione tra i diversi attori. Mancano, però a tutt’oggi tavoli di coordinamento e di concertazione, mentre le direttive regionali e nazionali prevedono a tutti i livelli interventi di programmazione negoziata. Inoltre, con un atto di solerzia insolito, l’Amministrazione Comunale, precorrendo i tempi d’attuazione della legge di riforma, ha concepito per la gestione dei servizi socio-assistenziali, un sistema di autorizzazione e accreditamento degli enti del Privato Sociale, privo di standars in cui non è la qualità l’elemento di concorrenza tra gli attori, aggravando oltremodo i rapporti del non-profit con la P.A. Infine, la legge quadro prevede la realizzazione di un sistema integrato dei servizi, principalmente l’integrazione tra i servizi sociali con quelli sanitari, dove esiste una netta separazione tra servizi territoriali, ospedalieri, socio-sanitari, con a capo amministratori, direttori e quant’altro. In tutto ciò un solo argomento è chiaro: il Sindaco viene estromesso dalle decisioni di politica sanitaria e socio-sanitaria, non avendo un ruolo propositivo. L’ente locale in alcune realtà riesce a raggiungere risultati positivi sull’integrazione dei servizi, basandosi soltanto sulla buona volontà dei singoli operatori, con le conseguenze di frammentarietà e precariato che progetti così predisposti possono avere. Tutto ciò sta per essere recepito dalla Regione Sicilia, che senza tenere conto delle diverse esigenze del proprio territorio, applica indiscriminatamente la norma. Le strette scadenze che la stessa legge impone per l’elaborazione ad esempio dei piani di zona, appaiono passi iniziali problematici da attuare. Occorre che Sindaco e Governo regionale inizino ad applicare la legge di riforma considerando che molte regole basilari debbono essere ancora chiarite, e che questi due anni trascorsi rappresentano tempo di dialogo che a molti è apparso solo un monologo.