la selva e il giardino


  di francesco ortisi  

Una ragazza su un motorino scarta un panino e lo addenta. Dopo due o tre morsi, infastidita dall’involucro rimastole in mano, se ne libera gettandolo a terra senza uno sguardo e riprende a masticare soddisfatta.
La città, scrive Pavese, è una foresta di simboli.
Qual è il simbolo che quella ragazza ha piantato nella foresta comune? A quale liturgia appartiene quel suo gesto simile a mille altri che ogni giorno si officiano nel groviglio delle nostre città?
Non cerco risposte nel moralismo. L’ortodossia ottenebra la vista con sentenze preconfezionate.
Tento di non lasciarmi sopraffare dal fastidio che quel gesto mi suscita; sospendo il giudizio; lascio spazio a lei; al modo suo di compierlo, quel gesto, mettendo tra parentesi l’offesa, almeno per il tempo di questa riflessione.
E quel modo suo di compierlo a me è parso d’automatica indifferenza, come se quell’involucro, quel foglio di carta velina cadesse in un vuoto.
Non c’era in quel gesto segno di offesa deliberata.
Quella ragazza intenta sul motorino a divorare un panino non vede riflessa in quel gesto la sua immagine. Perché quel gesto per lei è opaco. Va ad infoltire la schiera infinita delle azioni meccaniche che riempiono le nostre giornate. Sono gesti opachi, come lo è mescolare lo zucchero in una tazzina di caffè.
L’opacità e la riflessività sono qualità variabili. Lo stesso gesto può perdere opacità e acquisire riflessività a seconda delle circostanze che lo vedono venire alla luce; può rimandarmi un’immagine di me che altrove rimaneva assorbita nel nero del vuoto che mi stava intorno, nell’insignificanza.
Se prolungassimo il volo di quell’involucro di carta scopriremmo che quella ragazza non avrebbe compiuto quel gesto, in quel modo, dappertutto. Probabilmente non l’avrebbe compiuto nel salotto di casa sua o d’amici (ma esistono ancora i salotti nelle case?) o nello studio, che so, del suo medico.
Gettare quel foglio di carta non è stato per quella ragazza, in quella circostanza, per le vie della città, un atto significativo. Lo è per me. Ed è dallo scontro dei significati (dei simboli, direbbe Pavese) che nasce il conflitto.
L’opacità di quel gesto esclude la volontà deliberata dell’offesa; solo la sua riflessività può determinarla. Io non avrei compiuto quel gesto, perché esso ha per me potere riflettente.
Non è a ben guardare il rispetto per l’ambiente che mi induce a non gettare la carta. Se così fosse dedicherei parte del mio tempo a raccogliere le carte (e sono molte) che altri gettano. In effetti la ragione profonda che mi inibisce il compiere quel gesto non sta nel mio rapporto con l’ambiente, ma altrove.
Non è neppure il giudizio altrui a trattenermi, perché quell’atto io non lo compirei neanche in solitudine, al riparo dagli sguardi degli altri.
Non è dunque nel mio rapporto con l’ambiente né nel mio rapporto con gli altri che trovo la ragione profonda che mi inibisce quel gesto. Esso mi è inibito dal rapporto che ho con me stesso, con quella parte di me che avrebbe vergogna di sé nello scoprirsi, nel sorprendersi a compierlo, quel gesto. Si tramuterebbe, quel gesto, in uno specchio in cui la mia immagine riflessa sarebbe, a me e per me, sgradita.
Come la regina cattiva della favola di Biancaneve, anche noi chiediamo ogni giorno ai gesti e alle parole di dirci se siamo o no i belli del reame: cerchiamo in essi la nostra immagine riflessa.
E’ dunque alla relazione con se stessi che questa divagazione, partita da una carta e da un panino, conduce, passando sulla riflessività e sulla opacità dei gesti.
Un modo tra i tanti di guardare al nostro stare al mondo è quello di cogliere l’opacità o la riflessività dei gesti, degli atti che compiamo. Oppure quello, più arduo, di trasformare l’opacità in riflessività (moderna alchimia che pretende di trasformare in oro ogni più vile metallo).
E’ bene anche avvertire che l’opacità e la riflessività sono qualità graduali, non assolute. Non si dà mai una opacità assoluta né un'assoluta riflessività. L'assoluto, si sa, non è dominio dell' umano.
La nostra è vita di gesti (e parole), compiuti e omessi. Gesti opachi e riflettenti.
Regalare un fiore o dare uno schiaffo non sono mai gesti opachi, ma non per l’effetto di relazione che essi determinano (piacevole nel primo caso, meno temo nel secondo); sono gesti riflettenti nella stessa misura in cui lo è , per alcuni, l’astenersi dal gettare una carta per strada, anche se sei da solo.
Mescolare lo zucchero nella tazzina da caffè (col caffè dentro) o fare il pieno di benzina (pagandolo) sono gesti opachi, in cui, compiendoli, non vengo richiamato a me stesso; in cui, compiendoli, non vedo riflessa alcuna immagine di me. Sono gesti opachi quelli che rinviano non a colui che li compie, ma ad altri gesti e atti che li precedono o che li seguono, in una catena “economica”: sono gesti e atti destinati a cadere nel vuoto dell’indistinto.
La città, scrive Pavese, è una foresta di simboli, una selva.
Ridurre quella selva a giardino, fare del kaos un kosmos è l’ambizione, la pretesa assurda della politica.
Ma non abbiamo alternative. A chi non cede alla tentazione di credere che viviamo nel migliore dei mondi possibili, non resta che seguire il consiglio di Candido, per il quale il solo modo di rendere sopportabile la vita è quello di “ coltivare il nostro giardino”.
Coltivare simboli, ridurre l’opacità dei gesti, aumentarne la riflessività: sono forse, questi, idonei strumenti da giardinaggio?