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| di roberto de benedictis | ||
| La crisi della Fiat ci è stata
scaraventata addosso, più o meno da un giorno all’altro, almeno
nelle conseguenze più aspre che rischia di avere sull’occupazione.
Al momento non sappiamo come la questione si evolverà, ma certamente
essa si presta ad alcune considerazioni, non esaustive né organiche,
per una riflessione comune. Il 16 ottobre scorso l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato all’unanimità un ordine del giorno sulla crisi della FIAT con cui impegna il governo Cuffaro su una serie di punti riportati nel riquadro di questa stessa pagina. Molti di essi appaiono dettati più dalla necessità di ribadire una solidarietà nei confronti dei lavoratori ed una sincera intenzione a sostenere il mantenimento dell’impianto di Termini Imerese, non senza punte di un certo velleitarismo, che non ad indicare una realistica strategia di intervento. Traspare evidente, in questo documento ed in altri interventi a livello nazionale, la difficoltà in cui si trova la politica alle prese con una crisi maturata altrove ma di cui è chiamata adesso a governare le devastanti conseguenze, con strumenti estranei al mondo in cui quella crisi è maturata e da cui è pure rimasta lontana. In secondo luogo, a rendere più drammatica la situazione a Termini Imerese è la perenne fame di lavoro nella nostra regione e, nel caso in specie, la questione del mancato sviluppo industriale. A fronte di una cronica carenza di produzioni di reddito affidate al mercato invece che assistite dalla spesa pubblica, la FIAT è rimasta, eccezion fatta per il suo limitato indotto, una realtà isolata. Questo deve costituire oggetto di autocritica per le classi dirigenti, imprenditoriali e politiche, siciliane: ciò che in generale è un obiettivo mancato, diviene peccato grave se è accaduto nonostante la pruridecennale presenza di un importante stabilimento in quell’area. Terzo. Tutti in questi giorni parlano da capitani d’azienda, esperti di marke ting, profondi conoscitori del mercato automobilistico internazionale. Io non credo che dirigere la FIAT sia un mestiere qualsiasi, che chiunque possa praticare fra una cosa e l’altra, ma c’è in questo atteggiamento il riflesso di una verità elementare quanto negata: quando c’è di mezzo la sopravvivenza di migliaia di persone, la cosa non ci può riguardare solo alla fine, quando si è chiamati a gestire le conseguenze di una politica fatta da altri. Soprattutto nei confronti delle aziende che per dimensioni assumono un elevato peso sociale, deve essere chiaro che la collettività o non si intromette in alcun modo nella sua vita, lasciandola alle regole del mercato e così i suoi operai, oppure, come io credo debba essere, non può interessarsene solo come fa il medico a bordo campo, quando c’è da curarne le botte prese e per il resto rimanere a guardare. Qualcuno, in questi giorni, è arrivato a proporre una modifica del diritto societario che consenta allo Stato, in cambio di aiuto ai lavoratori ed all’impresa, di intervenire nelle scelte dell’azienda, ma è un fatto che la comunità nazionale, attraverso tutti i governi, ha sostenuto negli ultimi venticinque anni la FIAT con qualcosa come duecentoquindicimila miliardi di lire, ed ha forse il diritto di non vedersi solamente presentare il conto in rosso delle scelte che l’azienda può avere compiuto. I rapporti fra Stato e mercato devono essere rimeditati, a maggior ragione oggi che le dimensioni elefantiache cui la globalizzazione spinge l’impresa ne innalza esponenzialmente i potenziali guadagni ma anche rischi, che ricadono anche sulla società, la quale non può, attraverso le sue istituzioni, astenersi dall’avervi una responsabilità attiva e non solo passiva. Questo non riguarderà solo i singoli stati ma, proprio per la internazionalizzazione dei grandi gruppi, talune drammatiche conseguenze richiederanno l’intervento di più stati su più aziende, specie se crediamo in una politica europeista. Il caso della Opel e le reazioni degli operai tedeschi alla crisi FIAT in vista di un ingresso di General Motors, sono già una lampante dimostrazione di tutto ciò, Ultimo punto, quasi un monito. Conosciamo bene il peso delle differenze e non siamo inclini alle semplificazioni, ma la nostra area industriale vive da anni una latente crisi o trasformazione dai contorni sempre incerti, il cui futuro non è mai chiaro ed i rischi paventati apertamente. Di comune con il caso FIAT c’è la dimensione delle aziende e quindi del rischio (si pensi alle decine di migliaia di lavoratori che ne dipendono) e la pressoché totale assenza di governo da parte della politica. Sappiamo bene che vi sono stabilimenti in ottima salute ma anche zone d’ombra e di grave preoccupazione (una per tutte, l’abbandono annunciato da parte dell’ENI) di cui sarebbe imperdonabile e colpevole affrontare le eventuali drammatiche conseguenze solo a danno compiuto, come sta succedendo per la FIAT, e non prima. Cioè, oggi. |