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| di claudio fava | ||
| Vorrei far arrivare agli organizzatori
(consapevoli e inconsapevoli) di piazza San Giovanni una preghiera. La stessa
sollecitazione che ho già rivolto a un migliaio di amici la mattina
della manifestazione da un improvvisato speaker's corner romano (merito
del mio amico Nando dalla Chiesa): il prossimo appuntamento, dissi e ripeto,
dovrà essere in Sicilia. Non per questioni di cuore o di bottega
politica ma perché è laggiù - oggi come in passato
- che la politica si fa laboratorio e la società si trasforma in
cavia. In Sicilia: che non a caso è luogo d'elezione di buona parte
degli ascari di Berlusconi, quelli a cui in Parlamento viene affidato il
gioco sporco (Cirami, Schifani, Miccichè, Dell'Utri…), cioè
i colpi sotto la cintura, qual è appunto l'impostura sul legittimo
sospetto. Voglio dire che in Sicilia la questione politica è - immediatamente - questione democratica. E non solo perchè laggiù c'è la mafia. Diciamo che è un clima, una specie di brezza felice che rende ogni indecenza possibile e ogni menzogna legittima. Un ardore revisionista da congresso di Vienna, con i nomi dei morti scalpellati via dalle strade e la toponomastica che rapidamente s'adegua ai nuovi vincitori; con gli amici di Cosa Nostra assunti dal presidente Cuffaro nel suo staff personale; con le leggi per combattere la mafia rivoltate come calzini, appese al filo dell'impudenza, trasformate in regalie a Cosa Nostra (ci si arriverà anche con la legge La Torre, statene certi. Magari un emendamento, un codicillo che dica che i beni confiscati, se capita un'assoluzione qualsiasi, vanno prontamente restituiti ai mafiosi, come si farebbe con il maltolto). Io lo so che certi lamenti da prefiche, certe giaculatorie su questa emergenza democratica ormai rischiano di indurre alla noia. Solo che io ci sono stato, a Corleone: in questi anni e prima. Prima: quando anche il portone della caserma si schiudeva adagio in faccia al giornalista di turno e restava così, uno spiffero aperto sulla strada, il maresciallo non c'è, il brigadiere nemmeno, provi più tardi, domani, forse… E poi mi ricordo l'altra Corleone, quella degli anni più recenti, quando il sindaco si chiamava Pippo Cipriani e andava a inaugurare il nuovo centro sociale per i giovani del suo paese nella casa in cui un tempo Riina aveva deciso la sorte dei vivi e dei morti. Tra quel passato remoto (il maresciallo che non c'era mai) e questo passato prossimo (il sindaco Cipriani che faceva sempre) c'è stata una generazione di siciliani che si è battuta per riscattare la parola Corleone da un vocabolario rassegnato. Per sempre? Ci credevamo, c'eravamo illusi che fosse così. Adesso il neo-potestà Nicolosi, una macchietta di sindaco che pare sfuggito alla penna del principe di Salina, finge furori contro la mafia e intanto diserta i convegni in cui si discute come fare concretamente antimafia. Blatera sulla continuità d'impegno con Cipriani e poi lascia che un giovanotto di nome Provenzano (il figlio del Capo) s'affacci dal balcone del municipio: così, per goliardia... E allora, detto con garbo e verità, se vogliamo che tutto questo non accada più dobbiamo tornare in Sicilia e far parlare anzitutto i vivi. La memoria dei defunti oggi non basta, perché è troppo ecumenica, non divide, non distingue abbastanza... Dobbiamo tornare in Sicilia e fermarci laggiù per annusare l'aria, come usavano fare i nostri padri. Dobbiamo svuotare le scuole e riempire le piazze, per meritarci l'isterica reprimenda di Schifani e la collera schizzata di Miccichè (siano entrambe benedette): ma soprattutto per dire alla gente (anche agli elettori di Schifani e di Miccichè) che in Sicilia non ci saranno più borboni né angioini, chiunque s'affacci dal balcone di quel municipio. E che dev'essere un nuovo tempo di vespri, non solo di rimpianti. Prima che sia troppo tardi. Tratto da www.itacanews.it |